martedì 9 febbraio 2016

Ringraziamenti

Il GR VR è andato a buon fine anche grazie a queste persone:

  • Giulia Sanca e le brioches al pistacchio
  • Padre Piccolo e il pappagallo
  • Valentino "Cogumelo" Carcereri, sebbene non fosse presente fisicamente, il suo spirito aleggiava tra noi
  • Il sacerdote di San Floriano
  • Il sindaco di Fumane
  • La signora della salita verso Malga Brione, che ci ha salvato con la sua acqua
  • Il sacerdote della cappella del Rifugio Telegrafo
  • La proprietaria del parcheggio di Rivalta
  • La cameriera del ristorante di Rivalta
  • Il tartufaro
  • Mamma Liviana, Nonna Ivana e la pasta imperiale
  • Alberto Leso, il miglior malgaro dei Lessini
  • Matteo Riva, che ci ha ospitati a casa sua condividendo il suo delizioso formaggio
  • Le sorelle dell'Istituto delle Pie Madri della Negrizia
  • Francesco Vesentini, Stefano Anselmi, Damiano Cozza e Dario Chiamenti, per i consigli sul tracciato
  • Tutte quelle persone che durante il tragitto ci hanno offerto il loro appoggio, anche solo con un po' d'acqua o delle importanti indicazioni.
  • Luciano Purgato, per l'articolo su L'Arena a fine viaggio
  • Stefania, sempre con me, anche durante la camminata
  • Andrea, Jonathan, Karam, Maurizio, NickySantiago, i migliori compagni di viaggio che potessi avere in questo GR VR!

GRAZIE!!!

Contatti e Links

Francesco: francescojo[at]libero.it
Mapslow: un grande sito che mi è servito per la preparazione del GR VR ed il calcolo dei km giornalieri;
Malga Malera: malga sui monti Lessini, vicino al Passo Malera, gestita da Alberto, che prepara deliziosi manicaretti ed è sempre disponibile per una bella chiacchierata;
CAI Verona: sezione veronese del CAI, le quali mappe sono state fondamentali durante il viaggio.

Dicono di noi

A fine viaggio il giornalista de L'Arena, il giornale di Verona, ci ha contattato per un'intervista ed alla fine ne è uscito un bell'articolo a tutta pagina nel numero del 23 agosto 2015. Grazie! Ed ecco qua la pagina!






Epilogo

Epilogo

La sera dell'arrivo a Verona c'è stata nuovamente festa nella tavernetta di Andrea. Gran mattatore della serata è stato Karam, che ha riproposto piatti arabi che hanno soddisfatto tutti quanti, ma anche il vino non è mancato, e di conseguenza le risate, mentre le immagini scattate durante il viaggio passavano sullo schermo del computer, riportando alla mente spassosi aneddoti e grandi momenti epici. Il giorno dopo ha visto la partenza di Nicky verso altri lidi più… femminili… mentre Santiago, Karam e Jonathan si sono dedicati alla visita di Verona. Il Mauri si è trasferito alla casa di Valentino di Negrar, dove ha passato un paio di settimane in pieno relax, se l'è meritato! Fortunatamente, la sera del sabato sono riuscito a rientrare in tempo per rivedere Santiago, Karam e Jonathan, in uscita serale con Giovanna, per terminare con bellezza la mattina successiva con una colazione araba, sempre preparata dal mitico Karam. Anche loro tre, infine, hanno dovuto dire addio e partire verso Milano, da dove ha preso direzioni diverse.
Il gruppo del GR VR è tutt'ora molto unito ed è pieno di idee per il prossimo viaggio epico da affrontare: la storia quindi non finisce, tra poco ricomincerà, speriamo che i cammini della nostra vita possano incrociarsi nuovamente su un nuovo, lungo ed incredibile sentiero!



Giorno 10, Istituto delle Pie Madri della Nigrizia - Verona (17 luglio 2015)

Giorno 10, Istituto delle Pie Madri della Nigrizia - Verona (17luglio 2015)

Il giardino delle Pie Madri della Nigrizia sarà anche un'oasi di pace ma per Jonathan e Santiago la notte non è stata per niente pacifica: abituati a dormire fuori, questa notte i due sono stati tormentati dagli insetti, soprattutto dalle formiche, che non li hanno lasciati stare nemmeno per un minuto. Non che a tutti gli altri sia andata meglio, dentro la tenda (ma anche fuori) il calore era decisamente insopportabile, si sente che siamo vicini alla pianura, la temperatura è alta già di primo mattino. Prima di partire le suore, dopo la preghiera del mattino, ci offrono un caffè, la benedizione e il libro di Papa Francesco, speriamo che anche la protezione divina ci accompagni per gli ultimi km del viaggio! La discesa ricomincia, a fondo valle c'è foschia, l'umidità è forte e in Pianura Padana staranno morendo dal caldo, ma anche in collina non si scherza: l'erba secca e giallognola ci ricorda che durante l'estate non è quasi mai piovuto e camminando sulla strada sterrata alziamo piccole nuvole di polvere. Incontriamo nuovamente gli ulivi, sono molti in questa zona, a Karam pare di essere in Palestina, ma dopo un po' compaiono anche dei campi di lavanda, ed ecco che veniamo trasportati in Provenza! Pian piano ci avviciniamo al Castello di Montorio, notiamo le sue torri da distante, per noi rappresenterà l'ultima collina del viaggio. Dopo gli oliveti attraversiamo anche i vigneti, con questo caldo l'uva sarà buona quest'anno, fino ad arrivare al misterioso Piloton. Il Piloton è un monolito eretto sul crocevia di cinque strade ed è avvolto da un alone magico, la sua origine non è certa ma dovrebbe risalire all'epoca romana, che lo avrebbero utilizzato come miliario o, addirittura, indicherebbe il punto da dove sorge il sole nel solstizio d'estate agli abitanti della Verona romana, essendo orientato perfettamente con il forum. Per il buon Jonathan, ancora dolorante, stare sotto l'ombra creata dal Piloton non è altro che un sollievo dal sole del mattino, in barba a centinaia di anni di storia! Siamo tutti stanchi ed accaldati, pure Nicky che di solito è un furetto sempre in movimento e che adesso cerca di approfittare dell'ombra di una piccola vite.


La Valpantena e, in fondo, coperta dalla foschia, Verona


L'ultima collina, quella di Montorio. Si notano il castello e la torre di San Michele


Un accaldato Nicky cerca ombra sotto una vite


Il Piloton

Dal Piloton potremmo scendere direttamente a Montorio ma decidiamo di fare una piccola deviazione al vicino Forte John, un fortino abbandonato costruito nell'epoca degli Austriaci a Verona. Io ed Andrea lo conosciamo bene, ci siamo entrati parecchie volte, ed ora è la volta di far conoscere anche ai nostri amici la bellezza dell'edificio: in fondo, l'esplorazione dei forti di Monte e Ceraino ci aveva molto appassionato e bisogna ripetere l'esperienza!. Entriamo da uno stretto buco sulla parete sud e la prima cosa che notiamo è la freschezza delle oscure stanze del fortino; quasi quasi meglio restare qua dentro! Al centro della costruzione troviamo il grande cortile, invaso dalle sterpaglie, mentre tutto attorno si affacciano le celle e gli spazi comuni dei militari, con le mura deturpate dalle scritte dei vandali. Ci intrufoliamo nei sotterranei dell'edificio, come novelli Indiana Jones, poi ci arrampichiamo sulle mura per godere del bel panorama. Ci rendiamo conto che Verona è proprio vicina ma basta dirigere il nostro sguardo verso nord per scorgere nuovamente tutte le montagne che abbiamo affrontato. Per adesso la nostra attenzione è rivolta verso Montorio, che significa acqua fresca, gelato e pausa, ed in un attimo siamo nuovamente in cammino verso la piccola frazione di Verona. Per scendere verso la pianura passiamo vicino al castello che sovrasta la collina ma non proviamo neanche ad entrare, un grande portone di legno lo rende inaccessibile. Finalmente, dopo tanti chilometri su e giù tra colline e montagne, i nostri piedi calpestano nuovamente un terreno pianeggiante, in questo momento sentiamo proprio che il nostro viaggio è agli sgoccioli. Jonathan non ce la fa più dal dolore al tendine e solo la promessa di un gelato enorme dona in lui la forza extra per continuare a camminare. Arriviamo a Montorio all'altezza del laghetto Squarà, una grande risorgiva che alimenta i numerosi fossi che caratterizzano la frazione. Come una piccola Venezia, Montorio è percorsa da molti corsi d'acqua cristallina, noi li seguiamo e ci meravigliamo della loro semplice bellezza, si scorgono anche mulini, chiuse e ponticelli, laghetti, cigni ed anatre, che donano al luogo un aria leggermente romantica. Finalmente, arriviamo alla piazza principale, che per noi significa relax. Invece della gelateria scegliamo un bar pasticceria che viene barbaramente invaso dalla nostra compagnia. Ci rilassiamo tra brioches, cappuccini, succhi di frutta e pastine, anche se io e Santiago tiriamo fuori l'argentino che è in noi, ordinando un fresco Fernet Coca che, a stomaco vuoto, ci fa vedere ben presto le stelle! Purtroppo Jonathan non ce la fa più, il dolore al tendine è troppo forte e decide di evitare gli ultimi chilometri di viaggio prendendo un bus per il centro città ed poi aspettarci là.


Santiago passeggia sul forte John


I sotterranei del fote John


Un canale di Montorio


Molino tra le case di Montorio

Ci separiamo a malincuore da Jonathan, ma sappiamo che è meglio per lui terminare la sua lunga e faticosa camminata. Noi proseguiamo per strade più trafficate, siamo tra colline e campagna, ma la città è ad un passo e il numero di macchine aumenta considerevolmente. Usciamo da Montorio, attraversiamo il lungo viale della caserma Duca ed infine arriviamo a San Michele Extra, il quartiere mio e di Andrea, ma anche di Francesco e Stefano. E' l'ultimo quartiere a est di Verona e conserva ancora le caratteristiche di una frazione isolata rispetto alla città. Io e Andrea camminiamo felici tra le "nostre" strade, ma siamo tutti più contenti quando decidiamo di passare da casa mia. Non sarà molto in spirito con l'avventura, ma qualche minuto sul divano e qualche birretta fresca sono una tentazione troppo grande! Relax, ecco tutto ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. Siamo stanchi, non avrei mai detto che nell'ultima tappa, in apparenza la più facile, ci saremmo sentiti così affaticati. Ma, come un araba fenice, dopo un'oretta di riposo resuscitiamo, di nuovo in forze per affrontare gli ultimi km del viaggio: per facilitarci la vita, lasciamo gli zaini a casa per camminare in leggerezza.
Lasciamo le strade trafficate per scendere di qualche metro, sotto la strada e sotto la ferrovia, allo stesso livello della campagna. La città è appena sopra di noi, ma qua si respira tutt'altra atmosfera, molto più bucolica, alberi e campi riprendono prepotentemente spazio a cemento ed asfalto. Superiamo la Fontana delle Monache, una sorgente, vicino alla quale saltellano nervosi decine di conigli, poi, proseguendo verso il fiume Adige, ci imbattiamo in un campo sul quale si stagliano le rotondeggianti figure delle balle di fieno: Karam è emozionato, si gioca di nuovo! Il sentiero, battuto da numerosi ciclisti, runners e camminatori, segue l'Adige, è la terza volta che lo incrociamo durante questo viaggio, ogni volta con caratteristiche diverse. Se non fosse per il sole, alto in cielo e con i forti raggi diretti contro di noi, camminare sarebbe piacevole, ma anche senza zaini siamo ben presto zuppi di sudore. Arriviamo alla fine del sentiero dopo aver salutato i cavalli del maneggio prima del ponte di San Francesco, quindi lo attraversiamo e ci addentriamo nella città. Ancora poche centinaia di metri e ce l'abbiamo fatta! Superiamo la tomba di Giulietta, passiamo sotto le mura comunali, le costeggiamo fino al municipio e finalmente facciamo la nostra entrata a Piazza Bra.


Santiago e Karam felicissimi per essere arrivati a "casa"


Camminando senza zaini per Giarol Grande


Gli alti alberi di Giarol Grande


Ancora balle di fieno, al fondo la cupola della chiesa di Madonna di Campagna


E Karam non poteva certo resistere a scalare una balla!


E' fatta! Il GR VR è finito! Intorno a noi ci sono centinaia di turisti, intenti a fotografare i monumenti e a farsi improbabili selfie davanti all'Arena, noi ci sentiamo degli alieni in mezzo a tutta questa gente, sporchi, sudati, arrossati ed ancora con i bastoni in mano, ma questo è il nostro momento di gloria e tutto quello che ci circonda non importa. Scorgiamo Jonathan sugli scalini del municipio, appare un po' scocciato per il nostro ritardo - in effetti ce la siamo presa comoda, soprattutto a casa - ma appena ci raggiunge l'esultanza si fa ancora più grande. Dopo i minuti iniziali di euforia, pian piano ritorniamo alla normalità e ci accorgiamo che non dobbiamo più camminare. Dieci giorni sono passati in fretta, abbiamo calpestato decine di chilometri di sentieri, sudato litri di sudore, mangiati chili di pasta e pane, inveito contro le salite più dure e dormito come sassi anche sui terreni meno comodi, ammirato panorami magnifici e stretto forti legami tra di noi, ed ora ci sentiamo privati di tutto ciò per il solo fatto di aver raggiunto il nostro obiettivo. E' ingiusto! Non si dovrebbero porre obiettivi a così breve scadenza, avremmo voluto che questa avventura si fosse protratta per molto più tempo… Un obiettivo però ce lo poniamo subito, raggiungere al più presto un posto qualsiasi dove si possa mangiare! No, la fame non ci ha lasciati. Una panzerotteria soddisfa i nostri stomachi, anche quello più critico del Mauri (con i panzerotti si gioca in casa sua). Dopo esserci rimpinzati, girovaghiamo un po' per il centro città ma poco dopo decidiamo di rientrare a San Michele, questa volta in bus. Giunti a casa, i ragazzi prendono gli zaini, io purtroppo non posso passare la serata con loro, è l'ora di concedere del tempo anche alla mia ragazza a Milano, e quindi ci salutiamo, con gli occhi colmi della gioia dei giorni appena passati ma velati di tristezza. Speriamo di vederli presto…


Stremati, ma ormai è fatta!


Le mure comunali di Verona, ormai mancano poche centinaia di metri


L'arrivo!!! A piazza Bra, con l'Arena ed il materiale per l'Aida

Giorno 9, Contrada Tezze - Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (16 luglio 2015)

Giorno 9, Contrada Tezze - Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (16 luglio 2015)

Oggi, per la prima volta nel viaggio la strada in discesa sarà molta di più di quella in salita, quindi ci svegliamo con molta calma, tanto che il padrone di casa, Matteo, esce prima di noi. Riprendiamo il sentiero con andatura blanda, anche se camminassimo solo una ventina di km arriveremmo comunque molto vicini a Verona e i restanti km li potremmo percorrere domani. La larga strada sterrata è ondulata, come le collinette che ci circondano, ed è fiancheggiata dalle classiche lastre di pietra e i muretti a secco della Lessinia, oltrepassiamo un paio di contrade ed arriviamo a Camposilvano, una piccola località di villeggiatura famosa per il museo geopalenteologico, il covolo e la Valle delle Sfingi. Il museo lo vediamo da fuori, è ancora chiuso a quest'ora della mattina, ma rimaniamo comunque affascinati dai reperti in esposizione all'esterno, grandi ammoniti e vertebre di squalo incastonate nella roccia da migliaia di anni. Ci concediamo allora una visita alla Valle delle Sfingi, un prato disseminato di bizzarre formazioni rocciose che spuntano come funghi, dei monoliti di calcare che sono stati modellati dall'erosione e dalla disgregazione. Noi gironzoliamo incuriositi tra le grandi pietre, ci arrampichiamo su di esse per ammirarle dall'alto e per apprezzare maggiormente la pace del luogo, isolandoci per un po' gli uni dagli altri: ognuno ha scelto la sua pietra, sembriamo dei santoni intenti a meditare e a raccogliere energia dai monoliti!


I prati dei Lessini


Un fossile del museo di Camposilvano


La valle delle Sfingi


Meditando sulle grandi rocce erose dal vento e dall'acqua

Siamo ancora abbastanza alti, a 1157 mt. sul livello del mare, ma da qua comincia la vera discesa, prima verso San Francesco, un piccolo borgo dotato di tutto ciò che ci interessa - una fontana e un alimentari, e poi verso lo stretto Vajo Squaranto. Il Vajo Squaranto è ben più sotto di San Francesco e per raggiungere il fondo valle dobbiamo prima attraversare un bosco infestato da ortiche e spine, un po' di pulizia del sentiero farebbe certo comodo ai numerosi camminatori che vengono a passeggiare in Lessinia. Al termine dell'ombroso bosco capiamo perché il sentiero non è poi così battuto, il vajo è lunghissimo e stretto e dopo un po' lo stesso paesaggio annoia un po'. La vegetazione è molto rigogliosa, l'umidità è altissima e nugoli di moscerini stazionano sul sentiero vicino ai fiori e alle piante che più li aggradano. Il vajo sembra non fine, noi proseguiamo stoici finché fanno capolino alcuni segni della presenza umana: in un recinto troviamo qualche cavallo scheletrico e delle povere vacche ricoperte da mosche. Poco più in là del recinto appaiono delle case e una strada asfaltata e capiamo di essere arrivati a Squaranto, una minuscola frazione a poche centinaia di metri dalla strada provinciale. L'esperienza che vivremo a Squaranto non è purtroppo raccontabile attraverso queste nobili pagine elettroniche, fatti indicibili sulla degenerazione umana ci hanno scosso a tal punto che non vogliamo che l'umanità scopra ciò che può succedere attraversando il Vajo Squaranto e l'omonima frazione. Curiosi??? Siatelo! A confermare l'impressione sinistra ma anche mistica del luogo basta alzare lo sguardo su una delle falesie che dominano la valle: si può notare una piccola casa in pietra gialla misteriosamente costruita sulla roccia, in posizione assai improbabile. E' chiamata Casa delle Fate e si dice che in passato era abitata da esseri magici, ma pare che ancora oggi si possano udire le voci delle fate in lontananza.


Discesa in Val Squaranto

Proseguiamo, storditi dalle visioni mistiche create dal Vajo Squaranto, verso la strada provinciale e ci dirigiamo verso Cerro Veronese: purtroppo siamo costretti a camminare sulla strada asfaltata, è quasi mezzogiorno e la salita di due km verso il paese è un forno che ci fa sudare copiosamente. Arrivati a Cerro Veronese cerchiamo subito il parco pubblico e ci gettiamo a capofitto sotto l'ombra degli alberi per riposare e rinfrescarci un po'. Fa veramente caldo e decidiamo di fare una lunga pausa per far passare il momento più caldo della giornata, mangiando e dormicchiando sotto gli alberi. Purtroppo la fontanella del parco è fuori uso, per un po' resistiamo senza acqua ma dopo un po' decidiamo di andare alla ricerca del prezioso liquido dissetante. A quest'ora Cerro è un paese fantasma, non c'è un'anima in giro, neppure le gelaterie sono aperte, troviamo refrigerio solo in un bar che offre gelati confezionati di dubbia qualità, ma vicino alla chiesa incappiamo in una fontanella dalla quale beviamo come cammelli nel deserto. Lasciamo trascorrere un po' di tempo, dobbiamo comprare qualcosa da mangiare per la cena e la colazione di domani ma il piccolo alimentari del paese apre solo alle quattro. Non ci resta che aspettare nuovamente, ma questa volta, nel nostro peregrinare per Cerro, troviamo una buona gelateria artigianale aperta, le quali palline di gelato, enormi, sembrano soddisfare non poco i componenti del gruppo, e facciamo conoscenza di una barista molto carina che premia le nostre fatiche offrendoci dei caffè. Passate le quattro compriamo il cibo necessario e riprendiamo il nostro cammino, usciamo da Cerro e lasciamo la strada principale per una piccola strada che si inerpica su per il monte Santa Viola, sul quale facciamo una leggera deviazione per visitare l'omonimo forte. Costruito dal genio militare all'inizio del Novecento, ora è in fase di restauro, ma noi riusciamo comunque ad entrare e a salire sulla parte superiore per ammirare l'ampio panorama: a ovest notiamo il Monte Baldo, il Monte Pastello e i vari vaj che tagliano la Lessinia, a nord l'altopiano dei Lessini e il Carega, a est e a sud le colline che gradualmente degenerano in pianura, dove scorgiamo anche Verona. Da questa posizione possiamo disegnare mentalmente quasi tutto il percorso camminato fino ad ora e ce ne stiamo qualche minuto ad ammirare in silenzio, rievocando pian piano tutte le bellezze viste negli ultimi giorni.


Panorama dal monte Santa Viola


Forte Santa Viola

Riattraversiamo la pineta che circonda il forte, che in estate ospita la sagra più grande di Verona, e proseguiamo la nostra discesa tra i campi di erba secca appena tagliata, seguendo una strada sterrata utilizzata esclusivamente dai contadini del posto. Pochi sono gli alberi che affiancano la strada, camminiamo per più di un'ora sotto il sole cocente, con la temperatura che aumenta man mano che perdiamo quota. Ci fermiamo a riposare sotto l'ombra di un albero di una casa, vediamo i proprietari al suo interno e li chiamiamo, abbiamo finito l'acqua e dobbiamo ricaricare le borracce. I proprietari della casa si rivelano dei simpatici chiacchieroni ed oltre a rifornirci d'acqua, ci danno qualche informazione per dove poter passare la notte: qualche chilometro più avanti, poco più sopra di Romagnano, c'è una casa appartenente alle Pie Madri della Nigrizia, ci raccontano che sono molto ospitali e che potremmo chiedere di campeggiare nel loro giardino. Rallegrati dalla notizia e dissetati, riprendiamo la strada in discesa, che ben presto diventa asfaltata: Jonathan ricomincia ad avere problemi al tendine, ormai è da giorni che si trascina questo dolore e la faccenda comincia a farsi seria. Camminaniamo sulla cresta della collina, alla nostra destra c'è la Valpantena, mentre a sinistra, anche se non si vede, c'è la Val Squaranto, abbiamo una vista molto ampia della regione che ci circonda e, soprattutto, riusciamo a scorgere Verona.


Il Mauri e Nicky, scendendo dal monte Santa Viola


Uno dei pochi alberi sulla discesa

I colori accesi del cielo ci indicano che ormai è tardo pomeriggio, raggiungiamo un pugno di case e una vecchia pesa, ancora qualche centinaia di metri e troviamo le indicazioni per la casa delle Pie Madri della Nigrizia. Decidiamo di non presentarci tutti e sette dalle suore, forse sembriamo un po' troppo "barbari" in questo momento del viaggio, quindi ci avviciniamo alla porta io, Nicky e Santiago. Dopo qualche attimo di sorpresa della sorella che ci accoglie, cominciamo a spiegarle il motivo della nostra visita, lei si fa più rilassata e dopo un paio di minuti compaiono anche il resto delle suore, curiose di ascoltare la nostra storia. Loro, gentilissime, ci accolgono calorosamente e ci accompagnano nel bel giardino della casa, dove ci permettono di piantare le tende: sono state tutte missionarie in Africa, hanno viaggiato e si vede da come trattano degli sconosciuti come noi. Poliglotte e amorevoli, una di loro intrattiene una conversazione in arabo con Karam! Dopo esserci sistemati nel giardino, ci fanno una sorpresa, portandoci pane, formaggio e frutta: sì, sanno proprio come accogliere dei viaggiatori! Prima del calar della sera facciamo un giro intorno alla proprietà delle suore, il giardino è enorme, con statue e un piccolo boschetto, ma quello che ci far star meglio è la sensazione di pace che si respira. La serata termina con un po' di nostalgia, è l'ultima notte del viaggio, giochiamo a carte e ridiamo delle vicissitudini che ci sono capitate in questi nove giorni di camminata, ricordando i problemi, le avventure, le mangiate, la stanchezza e i molti momenti felici che abbiamo vissuto fino ad adesso.


Le balle di fieno sono una costante di questo viaggio!


Campeggiando nel parco delle Pie Madri della Nigrizia

Giorno 8, Malga Malera - Contrada Tezze (15 luglio 2015)

Giorno 8, Malga Malera - Contrada Tezze (15 luglio 2015)

Siamo in montagna ma non sembra proprio di essere a 1567 mt sul livello del mare, già dalle primissime ore del mattino l'aria è calda ed umida, come se fossimo finiti nuovamente in Pianura Padana. Le montagne intorno a noi paiono svegliarsi piano piano, con noi, le grandi lastre di pietra che segnano i confini dei vari pascoli luccicano alle luci dell'alba e noi ci godiamo lo spettacolo del risveglio immersi nel silenzio delle prime ore del giorno. La colazione montanara è come al solito consistente e dopo aver impacchettato tutte le nostre cose negli zaini cominciamo la nostra giornata di cammino, che parte subito in salita. Ci disponiamo in lunga fila indiana e seguiamo il sentiero che attraversa i grandi prati dei Lessini e che porta verso Passo Malera, a quota 1722 mt, un passo che segna una sorta di confine tra l'altopiano dei Lessini e il Gruppo del Carega. Si suda di già, le pendenze non sono elevate ma il calore e l'umidità non danno tregua, nonostante l'ora. Raggiunto Passo Malera possiamo finalmente godere di un po' della freschezza che ci regala una leggera brezza di montagna, ma anche della vista sulla boscosa Valle del Revolto, sul Carega e sulla Catena delle Tre Croci: sul fianco della montagna si nota il sentiero che dovremo affrontare nelle prossime ore e tra il gruppo l'animo di un po' di gente si affloscia. Ormai è l'ottavo giorno, di dislivello ne abbiamo già fatto abbastanza e cominciamo ad essere stanchi, sapere che bisognerà salire ancora non è certo preso con estrema allegria da tutti! Per adesso andiamo avanti, non appena raggiungiamo il rifugio Pertica decideremo se fare delle modifiche alla tappa.


Lasciamo la malga Malera con tristezza...


La valle di Revolto


Il versante più ripido dei Lessini

Dal Passo Malera il sentiero scende in picchiata, perdiamo parecchi metri in altitudine e ritroviamo l'ombra del bosco, un vero toccasana! Seguiamo il fianco della montagna, quando il bosco si dirada riusciamo ad ammirare la Valle del Revolto sotto di noi, mentre la parete est dei Lessini incombe alla nostra sinistra. Quando il sentiero ricomincia a salire il bosco si fa più fitto, la montagna cambia stile, ormai abbiamo lasciato i Lessini alle nostre spalle e ci avviciniamo sempre più al Carega. Di tanto in tanto dal bosco si possono ammirare le pareti nord dei Lessini, quelle del versante trentino, che scendono quasi perpendicolari verso la Valle dei Ronchi, sembrano i bordi di un'immensa torta. Improvvisamente si esce dal bosco, il sentiero si fa molto più pietroso e stretto e mentre avanziamo ammiriamo i burroni ai nostri fianchi finché, dopo una ripida discesa, raggiungiamo il rifugio Pertica. Il paesaggio delle ultime centinaia di metri ha rallegrato gli animi della compagnia e tutti sembrano decisi a salire, almeno fino al rifugio Scalorbi, ma viene scartata l'opzione del rifugio Fraccaroli, trecento metri più in su di quest'ultimo: peccato, la vista a 360° dalla cima del Carega, nei giorni limpidi, è stupenda. Più che altro, penso che la scelta sia stata dettata più dallo stomaco, la possibilità di una sosta a Malga Campobrun per assaggiare il loro formaggio pare aver avuto la meglio sulla promessa di una bella vista! Dal rifugio Pertica seguiamo la larga strada militare costruita durante la prima guerra mondiale dai soldati italiani per difendere il fronte dall'esercito austriaco: salendo per la strada si notano dei buchi nella montagna, che non sono altro che degli anfratti creati dai soldati per ripararsi, e passiamo pure una galleria, sullo stile delle 52 gallerie del vicino Monte Pasubio. Le pendenze non sono impegnative e noi procediamo allegri e spediti, ma il cielo sopra di noi si rannuvola in maniera quasi minacciosa, soprattutto sul versante vicentino della montagna. Siamo al confine di tre provincie, Verona, Trento e Vicenza, il territorio del rifugio Pertica e il Carega sono già in Trentino, ma a noi veronesi piace considerare queste montagne come "nostre"… Arriviamo con un buon passo al rifugio Scalorbi, a quota 1767 mt, e ci dirigiamo subito verso il versante est della montagna ad ammirare il panorama: purtroppo, le nuvole sono arrivate più in fretta di noi e tutto ciò che vediamo è un grande muro bianco! Nelle giornate limpide si possono scorgere le valli vicentine, l'Altopiano di Asiago e i monti trentini, mentre le nuvole di oggi rendono l'atmosfera un po' spettrale, un'atmosfera che comunque viene apprezzata dal gruppo.


Il passo Pertica


Tunnel sul Carega


La vecchia strada militare


Verso le nuvole!


Andrea e la spianata di Campobrun


Classica foto di gruppo vicino al rifugio Scalorbi

Poco più sotto del Rifugio Scalorbi notiamo la Malga Campobrun, i nostri stomachi ci ricordano che per il formaggio bisogna scendere laggiù e le nostre gambe non possono che obbedire alla loro volontà. La malga è posizionata un avvallamento, un piccolo territorio pianeggiante coperto di prati dove normalmente pascolano le mucche e trotterellano allegramente le marmotte: anche noi ne avvistiamo un bel po', che al nostro passaggio si bloccano di colpo, si mettono nella posizione della "sentinella" e, dopo un paio di fischi, si nascondono nelle loro tane. Un amico di Andrea ci accoglie nella malga e ci mostra le prelibatezze da loro prodotte, come le ricotte che stanno affumicando su un leggero fuoco, ci insegna come viene cagliato il latte e soprattutto ci fa assaggiare i formaggi. Noi usciamo dalla malga con un ricco malloppo, tre ricotte fresche che decidiamo di consumare in seduta stante sul tavolo al di fuori dell'edificio: la ricotta, spalmata sul pane con la marmellata di mirtilli, è un toccasana che ci porta in un'altra dimensione spazio-temporale-gustativa. Pura gioia papillare. Dopo aver mangiato a sazietà, riprendiamo la camminata, ci aspetta una lunga discesa fino a Giazza. Scegliamo il sentiero che costeggia a fondo valle il monte Plische, che segue più o meno la strada militare, ma un centinaio di metri più in basso. Ci divertiamo a giocare con l'eco, che risponde ai nostri gridi in sei lingue diverse, ma bisogna stare attenti, qui il sentiero è ripido, pietroso, stretto e a strapiombo. Durante la discesa incontriamo un'arzilla vecchietta vicentina che ci travolge con un torrente di parole, tutte in vicentino stretto: gli unici che la capiscono siamo io ed Andrea, Maurizio probabilmente ne capisce anche meno degli altri ed è pure quello più preso di mira dal monologo ininterrotto della signora. Un inevitabile "mi ala vostra età saltava i fossi par el longo" decreta la sua vittoria del premio "Stambecco d'Oro" del viaggio come migliore scalatrice, almeno ad honorem. Lasciata la signora alle spalle, la discesa ripida termina ed una vegetazione rigogliosa ci circonda in un piccolo tratto pianeggiante, lo stretto sentiero cerca di aprirsi la strada tra alti fiori bianchi e l'erba che arriva fino al bacino. Dopo questo exploit di Madre Natura entriamo in un bosco e raggiungiamo prima la casetta degli Orti Botanici e poi la zona del Lago Secco, che oggi ospita parecchia gente in villeggiatura. Qui ci ricongiungiamo con la tortuosa strada asfaltata che attraversa la foresta demaniale di Giazza, noi continuiamo la nostra discesa tagliando i numerosi tornanti ed infine arriviamo a Giazza, il primo centro abitato degno di nota da quando avevamo lasciato Erbezzo. Purtroppo, il tendine di Jonathan continua a dare dei problemi, soprattutto in discesa, la situazione comincia ad essere preoccupante, ma lui continua stoico a camminare.


Preziosissima lezione sulla produzione del formaggio!


Slurp! Ricottine affumicate!


Pane, ricotta e marmellata, non c'è di meglio...


Il Mauri ed il martello, amici indivisibili


La vecchia costruzione di malga Campobrun


La discesa verso Giazza



Giazza, storico comune cimbro

All'entrata di Giazza veniamo accolti dal cartello bilingue del paesino, che in antica lingua cimbra viene chiamato Ljetzan, ma ciò che attira più la nostra attenzione è il carretto dei gelati: la carne è debole, e noi cediamo nuovamente alla tentazione di un gelato. Io, per scommessa, mi tuffo nelle gelide acque del ruscello che attraversa Giazza: il gelato è guadagnato! Giazza ha l'aria un po' triste, spesso ombrosa e circondata da montagne, ma è affascinante per la sua caratteristica architettura e per il fatto che lì si parla ancora il cimbro, anche se solo da un ristretto numero di anziani. Tra l'altro, dicono che a Giazza si possa mangiare una delle pizze più buone d'Italia… bisognerà provare! Ci concediamo solo un piccolo riposo, la tappa prevede ancora parecchi km, soprattutto in salita, bisogna riprendere le forze. Lasciamo Giazza e ci spostiamo sui prati scoscesi che seguono il fianco orientale dei Lessini. L'erba, appena tagliata, si infila tra le scarpe e le calze, risultando parecchio fastidiosa, e fa perdere le tracce del sentiero. Dopo qualche tentativo lo ritroviamo e con esso ritroviamo anche i boschi e, come in molti boschi affrontati fino ad adesso, il nostro cammino riprende a salire con pendenze da grimpeur. Il bosco è oscuro e un leggero senso di inquietudine ci accompagna dal momento che troviamo un'antica lapide sul bordo del sentiero, seguita qualche centinaio di metri più in là da un paio di croci. Non staremo percorrendo un antico percorso di pellegrinaggio? Finalmente, dopo tanto scarpinare, scolliniamo e ritorniamo sui verdi ed ondulati prati dei Lessini: ormai è fatta, la tappa volge al termine e davanti a noi non si presenteranno ulteriori difficoltà. Attraversiamo delle piccole contrade di pietra dove il tempo pare si sia fermato a cent'anni fa, ritroviamo la strada asfaltata ed infine arriviamo a contrada Tecchie, meta conclusiva della giornata. Tecchie è composta da un ristretto numero di case, ma tra queste vi è l'abitazione di Matteo, un amico che in estate si trasferisce quassù per essere più vicino al suo lavoro in un'azienda casearia. Lo aspettiamo sul ciglio della strada, il gruppo dei "giocatori d'azzardo" entra in clima di competizione con le carte, mentre i più stanchi si stendono sull'erba a riposare: i pochi che passano per di lì ci guardano ogni volta con gli occhi sbarrati, sembriamo proprio dei poveri viandanti erranti? Dopo un po' arriva Matteo, che ci accoglie con grande simpatia, trovarsi sette viaggiatori puzzolenti ed affamati in casa non è cosa da niente, ma lui ci fa sentire subito a nostro agio. I racconti del nostro viaggio animano la serata e vengono accompagnati con polenta, fagioli, formaggio (quello del caseificio dove lavora Matteo), caffè ed amaro: lo stomaco è finalmente appagato, lo spirito pure, e la palpebra comincia farsi sentire pesante. Andiamo a letto come le galline, presto, ma oggi ci va di lusso, ci sono dei letti sotto le nostre schiene e dobbiamo approfittarne il più possibile!


E dal Carega si ritorna sui Lessini...


Karam ha da divertirsi per ore con tutte queste balle!


L'attesa dei viziosi