martedì 9 febbraio 2016

Giorno 9, Contrada Tezze - Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (16 luglio 2015)

Giorno 9, Contrada Tezze - Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (16 luglio 2015)

Oggi, per la prima volta nel viaggio la strada in discesa sarà molta di più di quella in salita, quindi ci svegliamo con molta calma, tanto che il padrone di casa, Matteo, esce prima di noi. Riprendiamo il sentiero con andatura blanda, anche se camminassimo solo una ventina di km arriveremmo comunque molto vicini a Verona e i restanti km li potremmo percorrere domani. La larga strada sterrata è ondulata, come le collinette che ci circondano, ed è fiancheggiata dalle classiche lastre di pietra e i muretti a secco della Lessinia, oltrepassiamo un paio di contrade ed arriviamo a Camposilvano, una piccola località di villeggiatura famosa per il museo geopalenteologico, il covolo e la Valle delle Sfingi. Il museo lo vediamo da fuori, è ancora chiuso a quest'ora della mattina, ma rimaniamo comunque affascinati dai reperti in esposizione all'esterno, grandi ammoniti e vertebre di squalo incastonate nella roccia da migliaia di anni. Ci concediamo allora una visita alla Valle delle Sfingi, un prato disseminato di bizzarre formazioni rocciose che spuntano come funghi, dei monoliti di calcare che sono stati modellati dall'erosione e dalla disgregazione. Noi gironzoliamo incuriositi tra le grandi pietre, ci arrampichiamo su di esse per ammirarle dall'alto e per apprezzare maggiormente la pace del luogo, isolandoci per un po' gli uni dagli altri: ognuno ha scelto la sua pietra, sembriamo dei santoni intenti a meditare e a raccogliere energia dai monoliti!


I prati dei Lessini


Un fossile del museo di Camposilvano


La valle delle Sfingi


Meditando sulle grandi rocce erose dal vento e dall'acqua

Siamo ancora abbastanza alti, a 1157 mt. sul livello del mare, ma da qua comincia la vera discesa, prima verso San Francesco, un piccolo borgo dotato di tutto ciò che ci interessa - una fontana e un alimentari, e poi verso lo stretto Vajo Squaranto. Il Vajo Squaranto è ben più sotto di San Francesco e per raggiungere il fondo valle dobbiamo prima attraversare un bosco infestato da ortiche e spine, un po' di pulizia del sentiero farebbe certo comodo ai numerosi camminatori che vengono a passeggiare in Lessinia. Al termine dell'ombroso bosco capiamo perché il sentiero non è poi così battuto, il vajo è lunghissimo e stretto e dopo un po' lo stesso paesaggio annoia un po'. La vegetazione è molto rigogliosa, l'umidità è altissima e nugoli di moscerini stazionano sul sentiero vicino ai fiori e alle piante che più li aggradano. Il vajo sembra non fine, noi proseguiamo stoici finché fanno capolino alcuni segni della presenza umana: in un recinto troviamo qualche cavallo scheletrico e delle povere vacche ricoperte da mosche. Poco più in là del recinto appaiono delle case e una strada asfaltata e capiamo di essere arrivati a Squaranto, una minuscola frazione a poche centinaia di metri dalla strada provinciale. L'esperienza che vivremo a Squaranto non è purtroppo raccontabile attraverso queste nobili pagine elettroniche, fatti indicibili sulla degenerazione umana ci hanno scosso a tal punto che non vogliamo che l'umanità scopra ciò che può succedere attraversando il Vajo Squaranto e l'omonima frazione. Curiosi??? Siatelo! A confermare l'impressione sinistra ma anche mistica del luogo basta alzare lo sguardo su una delle falesie che dominano la valle: si può notare una piccola casa in pietra gialla misteriosamente costruita sulla roccia, in posizione assai improbabile. E' chiamata Casa delle Fate e si dice che in passato era abitata da esseri magici, ma pare che ancora oggi si possano udire le voci delle fate in lontananza.


Discesa in Val Squaranto

Proseguiamo, storditi dalle visioni mistiche create dal Vajo Squaranto, verso la strada provinciale e ci dirigiamo verso Cerro Veronese: purtroppo siamo costretti a camminare sulla strada asfaltata, è quasi mezzogiorno e la salita di due km verso il paese è un forno che ci fa sudare copiosamente. Arrivati a Cerro Veronese cerchiamo subito il parco pubblico e ci gettiamo a capofitto sotto l'ombra degli alberi per riposare e rinfrescarci un po'. Fa veramente caldo e decidiamo di fare una lunga pausa per far passare il momento più caldo della giornata, mangiando e dormicchiando sotto gli alberi. Purtroppo la fontanella del parco è fuori uso, per un po' resistiamo senza acqua ma dopo un po' decidiamo di andare alla ricerca del prezioso liquido dissetante. A quest'ora Cerro è un paese fantasma, non c'è un'anima in giro, neppure le gelaterie sono aperte, troviamo refrigerio solo in un bar che offre gelati confezionati di dubbia qualità, ma vicino alla chiesa incappiamo in una fontanella dalla quale beviamo come cammelli nel deserto. Lasciamo trascorrere un po' di tempo, dobbiamo comprare qualcosa da mangiare per la cena e la colazione di domani ma il piccolo alimentari del paese apre solo alle quattro. Non ci resta che aspettare nuovamente, ma questa volta, nel nostro peregrinare per Cerro, troviamo una buona gelateria artigianale aperta, le quali palline di gelato, enormi, sembrano soddisfare non poco i componenti del gruppo, e facciamo conoscenza di una barista molto carina che premia le nostre fatiche offrendoci dei caffè. Passate le quattro compriamo il cibo necessario e riprendiamo il nostro cammino, usciamo da Cerro e lasciamo la strada principale per una piccola strada che si inerpica su per il monte Santa Viola, sul quale facciamo una leggera deviazione per visitare l'omonimo forte. Costruito dal genio militare all'inizio del Novecento, ora è in fase di restauro, ma noi riusciamo comunque ad entrare e a salire sulla parte superiore per ammirare l'ampio panorama: a ovest notiamo il Monte Baldo, il Monte Pastello e i vari vaj che tagliano la Lessinia, a nord l'altopiano dei Lessini e il Carega, a est e a sud le colline che gradualmente degenerano in pianura, dove scorgiamo anche Verona. Da questa posizione possiamo disegnare mentalmente quasi tutto il percorso camminato fino ad ora e ce ne stiamo qualche minuto ad ammirare in silenzio, rievocando pian piano tutte le bellezze viste negli ultimi giorni.


Panorama dal monte Santa Viola


Forte Santa Viola

Riattraversiamo la pineta che circonda il forte, che in estate ospita la sagra più grande di Verona, e proseguiamo la nostra discesa tra i campi di erba secca appena tagliata, seguendo una strada sterrata utilizzata esclusivamente dai contadini del posto. Pochi sono gli alberi che affiancano la strada, camminiamo per più di un'ora sotto il sole cocente, con la temperatura che aumenta man mano che perdiamo quota. Ci fermiamo a riposare sotto l'ombra di un albero di una casa, vediamo i proprietari al suo interno e li chiamiamo, abbiamo finito l'acqua e dobbiamo ricaricare le borracce. I proprietari della casa si rivelano dei simpatici chiacchieroni ed oltre a rifornirci d'acqua, ci danno qualche informazione per dove poter passare la notte: qualche chilometro più avanti, poco più sopra di Romagnano, c'è una casa appartenente alle Pie Madri della Nigrizia, ci raccontano che sono molto ospitali e che potremmo chiedere di campeggiare nel loro giardino. Rallegrati dalla notizia e dissetati, riprendiamo la strada in discesa, che ben presto diventa asfaltata: Jonathan ricomincia ad avere problemi al tendine, ormai è da giorni che si trascina questo dolore e la faccenda comincia a farsi seria. Camminaniamo sulla cresta della collina, alla nostra destra c'è la Valpantena, mentre a sinistra, anche se non si vede, c'è la Val Squaranto, abbiamo una vista molto ampia della regione che ci circonda e, soprattutto, riusciamo a scorgere Verona.


Il Mauri e Nicky, scendendo dal monte Santa Viola


Uno dei pochi alberi sulla discesa

I colori accesi del cielo ci indicano che ormai è tardo pomeriggio, raggiungiamo un pugno di case e una vecchia pesa, ancora qualche centinaia di metri e troviamo le indicazioni per la casa delle Pie Madri della Nigrizia. Decidiamo di non presentarci tutti e sette dalle suore, forse sembriamo un po' troppo "barbari" in questo momento del viaggio, quindi ci avviciniamo alla porta io, Nicky e Santiago. Dopo qualche attimo di sorpresa della sorella che ci accoglie, cominciamo a spiegarle il motivo della nostra visita, lei si fa più rilassata e dopo un paio di minuti compaiono anche il resto delle suore, curiose di ascoltare la nostra storia. Loro, gentilissime, ci accolgono calorosamente e ci accompagnano nel bel giardino della casa, dove ci permettono di piantare le tende: sono state tutte missionarie in Africa, hanno viaggiato e si vede da come trattano degli sconosciuti come noi. Poliglotte e amorevoli, una di loro intrattiene una conversazione in arabo con Karam! Dopo esserci sistemati nel giardino, ci fanno una sorpresa, portandoci pane, formaggio e frutta: sì, sanno proprio come accogliere dei viaggiatori! Prima del calar della sera facciamo un giro intorno alla proprietà delle suore, il giardino è enorme, con statue e un piccolo boschetto, ma quello che ci far star meglio è la sensazione di pace che si respira. La serata termina con un po' di nostalgia, è l'ultima notte del viaggio, giochiamo a carte e ridiamo delle vicissitudini che ci sono capitate in questi nove giorni di camminata, ricordando i problemi, le avventure, le mangiate, la stanchezza e i molti momenti felici che abbiamo vissuto fino ad adesso.


Le balle di fieno sono una costante di questo viaggio!


Campeggiando nel parco delle Pie Madri della Nigrizia

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