martedì 9 febbraio 2016

Giorno 1, Verona - Negrar (8 luglio 2015)

Giorno 1, Verona - Negrar (8 luglio 2015)

La sveglia suona presto. Le giornate sono eccessivamente calde ed afose, meglio svegliarsi di buonora e camminare quando il clima è leggermente più fresco, di prima mattina, per poi riposare intorno a mezzogiorno. Dopo l'abbondante colazione, indispensabile per caricarsi delle energie necessarie, arriviamo in bus fino a Veronetta, davanti a Porta Vescovo, punto d'inizio del GR VR. Veronetta è stata scelta come punto di partenza della camminata, in favore di piazza Bra o qualche altra piazza più importante nel centro storico di Verona, perché questo quartiere è un po' la "porta di servizio" di Verona: i turisti quasi non la conoscono, i veronesi la considerano come un quartiere per immigrati, studenti ed anziani, pure Napoleone la chiamò malamente "Veronette", ma a me, con tutta la sua interculturalità, gli edifici antichi, i piccoli giardini che si aprono tra le case e le osterie antiche, piace un sacco! Non facciamo neanche tempo a partire che ci concediamo una seconda colazione nel bar di Giulia, un'amica ballerina, che ci rimpinza per bene con cornetti al pistacchio.
Ripartiamo, stavolta più seriamente, in direzione delle Torricelle, salendo la rampa infinita dello scalone XVI Ottobre, che fa sorgere già qualche dubbio circa la facilità del percorso a qualche camminatore. Raggiungiamo le mura delle Torricelle e le seguiamo fino al punto panoramico dell'Istituto don Calabria, una della terrazze più belle di Verona: da qua ammiriamo per l'ultima volta la città dall'alto, ma per i nostri camminatori stranieri questo è anche il primo assaggio di Verona: se la gusteranno meglio tra dieci giorni… Al Don Calabria facciamo già il primo incontro bizzarro del viaggio, conosciamo Padre Piccolo ed il suo pappagallo, sempre appoggiato sulla sua spalla, come un classico volatile pirata: Padre Piccolo ci racconta la sua storia da missionario in Paraguay, il tutto in dialetto stretto, rivolgendosi pure agli amici stranieri, che annuiscono attenti ad ogni sua parola. O annuiscono al pappagallo?! Nel frattempo, tra un cornetto, le chiacchierate, il punto panoramico e meno di un km camminato, ci accorgiamo che fa già troppo caldo e forse ce la siamo presa un po' troppo con calma… sarà il leitmotiv del viaggio…
La strada riparte in salita, camminiamo lungo il sentiero che segue il lato interno delle mura, che si erigono imponenti alla nostra destra, mentre alla nostra sinistra vediamo spuntare le cime degli ulivi dai muri di recinzione delle proprietà. Siamo vicinissimi al centro storico, camminiamo tra storia e natura, ma le orde di turisti che affollano le strette viuzze della città qui non arrivano. Lasciamo torri, rondelle ed il castel San Felice alle nostre spalle, usciamo dalla cinta muraria e proseguiamo su asfalto, su una strada diventata famosa per aver accolto per ben tre volte il mondiale di ciclismo su strada. Alla nostra destra ammiriamo l'inizio dalla Valpantena, le colline, il castello di Montorio e il fortino John, che secondo i programmi dovremmo raggiungere l'ultimo giorno di camminata. Riprendiamo un sentiero che ci conduce alla mistica sorgente di Sommavalle dopo qualche centinaia di metri tra i vigneti: non ci sembra proprio di essere a quattro passi dal traffico cittadino. Scolliniamo in prossimità della prima torre Massimiliana, una delle quattro torri volute dal generale Radetzky nel 1837 per la difesa dell'impero austriaco e scendiamo ripidamente verso il quartiere di Avesa, senza dubbio uno dei quartieri più belli di Verona, che conserva ancora l'atmosfera di un paesotto tra le colline, caratterizzato dalla sorgente del piccolo fiume Lorì, dalla fontana del leone, dall'acqua che scorre placidamente tra le case, dai negozi storici, Villa Scopoli, dalle cave di pietra e dagli oliveti. Approfittiamo di questa atmosfera, ma anche della fame che avanza, per un mega panino nel panificio locale, dove i nostri amici stranieri assaggiano per la prima volta alcune delizie italiane, formaggi e salumi, che li convincono sul fatto che mangiando così, 26 km al giorno non sono poi così difficili! La delusione appare negli occhi di Karam, che appena legge "pane arabo" ne ordina uno, ed evidentemente non ottiene ciò che avrebbe sperato… eh no Karam, il pane arabo italiano è tutt'altra cosa rispetto al vero pane arabo!


Affrontiamo la prima salita! Lo scalone XVI Ottobre


Santiago nella discesa verso Avesa


Karam ed il leone di Avesa

Usciamo da Avesa e dalla civiltà per addentrarci nello stretto e selvaggio Vajo Borago, detto anche Valle delle Salamandre, per il quale passa anche il sentiero europeo E5. Siamo ridicolmente vicini al centro città ma qua si cammina nella giungla, nel giro di pochi minuti veniamo catapultati nel set di un film di Indiana Jones. Il vajo è stretto, seguiamo l'alveo del piccolo progno Borago, quasi del tutto secco, che nel corso dei millenni ha scavato la roccia creando un canyon dove la vegetazione cresce rigogliosa e le salamandre scorrazzano liberamente: in verità noi non ne vediamo, che le salamandre siano emigrate in luoghi più umidi per fuggire dal calore e la secchezza di quest'estate? Ogni centinaia di metri ci scappano degli "oooh" di sorpresa, le pareti rocciose assumono forme particolari, ammiriamo le sengie scavate dall'acqua, ma ci vergogniamo pure di trovare immondizia in un luogo così selvaggio, gli incivili sono ovunque...
Seguiamo il greto del prono per una quarantina di minuti fino ad arrivare al vero capolavoro di Madre Natura, un enorme camera che sembra segnare la fine del vajo: intorno a noi si innalzano pareti altissime, ricoperte da felci e liane, una specie di Pantheon naturale che ci fa tornare indietro di migliaia di anni. Decidiamo che è qua che dobbiamo fare la nostra pausa pranzo, in questo luogo immerso nel silenzio che anche noi cerchiamo di rispettare il più possibile, come per rispettare la grandiosa opera della natura. Il nostro contegno dura poco, ovviamente, e dopo poco siamo di nuovo a fare cagnara, commentando sarcasticamente le capacità da scalatore di Nicky, che tenta di affrontare le sdrucciolevoli pareti rocciose della camera. L'unica maniera per uscire dal vajo è affrontare tre ripidissime rampe di scale metalliche dall'aspetto traballante e che ci permettono di guadagnare un centinaio di metri e portarci in un sentiero nel bosco. Da qua il sentiero si fa meno interessante e più pendente, ma basta una mezz'oretta ed arriviamo a Montecchio, piccolo paesino semi abbandonato nelle colline dietro a Verona, a 495 mt di altitudine. Una chiesa, un bar, un ristorante, il parco giochi ed un pugno di case, tutto questo è Montecchio, ma a noi interessano solo la fontanella d'acqua ed i gradoni di pietra a fianco della chiesa, sui quali ci sdraiamo comodamente per una meritata pausa per sfuggire dall'ora più calda ed umida della giornata.



Il selvaggio Vajo Borago, serve il machete!


Karam e Francesco


La roccia scavata dall'acqua


Il tratto finale del Vajo Borago


Riposino a Montecchio

Montecchio dista solo cinque km da Negrar, destinazione finale della tappa, e sono quasi tutti in discesa, quindi l'allegra combriccola prosegue il cammino nella maniera più spensierata possibile. Ma il pericolo si insidia dietro ogni curva e quando incomincia la discesa le ortiche attaccano i nostri poveri polpacci nudi senza pietà. Fortunatamente l'attacco dura poco ed entrati nuovamente nel bosco il sentiero diventa più pulito: in compenso passano un paio di moto da trial a disturbare la nostra tranquillità. La Valpolicella è vicina e cominciamo a notare i primi vigneti quando il bosco si apre, permettendoci di godere del panorama tra l'ombra degli alberi. Scendendo, la vegetazione si dirada lasciando spazio ai campi e a viste più ampie sulla Valpolicella. Purtroppo l'umidità è così alta che non riusciamo ad apprezzare appieno la bellezza della regione, il nostro occhio non riesce a vedere più in là della Masua, la collina dietro a Negrar. Scendiamo velocemente tra i frutteti, rimangono ancora poche ciliegie sugli alberi, che razziamo, così anche come le albicocche. Il sentiero prosegue per piccole strade con muretti a secco fino alla frazione di San Peretto, dove ci prendiamo una pausa ristoratrice. Ci ammassiamo attorno al classico lavatoio di pietra e ci immergiamo i piedi: l'acqua è freddissima, sembra sgorgare direttamente da una sorgente li vicino, è un toccasana per il corpo e dapprofittiamo di questa sorpresa inattesa per una buona mezz'oretta.
Da San Peretto raggiungere Negrar è un gioco da ragazzi ed in poco tempo arriviamo alla piazza principale della capitale del vino Valpolicella. Negrar è un bel paesotto costruito ai piedi delle colline, caratterizzato dal campanile della pieve e da qualche casa in pietra di Prun, ma ciò che interessa a noi è la casa di Valentino, un amico che ci presterà la sua abitazione per il primo meritato riposo del GR VR. Va bene l'avventura e dormire in tenda, ma quando si può non diciamo certo di no alla comodità di un letto e ad una cucina vera e propria! Raggiungiamo la casa in pochi minuti e una volta entrati la stanchezza cade su di noi, il piacere di farsi una doccia dopo una giornata così calda è estremo, così come testare il divano o anche solo sdraiarsi per terra e chiudere gli occhi. Il primo che crolla è Karam, che ci dimostra subito le sue grandi qualità di dormiglione! Per festeggiare compriamo qualche birretta ed un vinello e sulla via del ritorno acquistiamo pure un mazzo di carte da briscola, che darà vita a combattutissimi tornei nei tempi morti del viaggio.
La cena è abbondante, dobbiamo recuperare le energie e immagazzinarne altre per domani. Il vino ci dà il colpo di grazia, gli occhi si chiudono da soli poco dopo il tramonto e noi seguiamo più che volentieri il ritmo della luce del sole: a letto presto e a domani!


Relax tra i vigneti


Ladri di ciliegie!!


Stradina verso Negrar

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