martedì 9 febbraio 2016

Giorno 8, Malga Malera - Contrada Tezze (15 luglio 2015)

Giorno 8, Malga Malera - Contrada Tezze (15 luglio 2015)

Siamo in montagna ma non sembra proprio di essere a 1567 mt sul livello del mare, già dalle primissime ore del mattino l'aria è calda ed umida, come se fossimo finiti nuovamente in Pianura Padana. Le montagne intorno a noi paiono svegliarsi piano piano, con noi, le grandi lastre di pietra che segnano i confini dei vari pascoli luccicano alle luci dell'alba e noi ci godiamo lo spettacolo del risveglio immersi nel silenzio delle prime ore del giorno. La colazione montanara è come al solito consistente e dopo aver impacchettato tutte le nostre cose negli zaini cominciamo la nostra giornata di cammino, che parte subito in salita. Ci disponiamo in lunga fila indiana e seguiamo il sentiero che attraversa i grandi prati dei Lessini e che porta verso Passo Malera, a quota 1722 mt, un passo che segna una sorta di confine tra l'altopiano dei Lessini e il Gruppo del Carega. Si suda di già, le pendenze non sono elevate ma il calore e l'umidità non danno tregua, nonostante l'ora. Raggiunto Passo Malera possiamo finalmente godere di un po' della freschezza che ci regala una leggera brezza di montagna, ma anche della vista sulla boscosa Valle del Revolto, sul Carega e sulla Catena delle Tre Croci: sul fianco della montagna si nota il sentiero che dovremo affrontare nelle prossime ore e tra il gruppo l'animo di un po' di gente si affloscia. Ormai è l'ottavo giorno, di dislivello ne abbiamo già fatto abbastanza e cominciamo ad essere stanchi, sapere che bisognerà salire ancora non è certo preso con estrema allegria da tutti! Per adesso andiamo avanti, non appena raggiungiamo il rifugio Pertica decideremo se fare delle modifiche alla tappa.


Lasciamo la malga Malera con tristezza...


La valle di Revolto


Il versante più ripido dei Lessini

Dal Passo Malera il sentiero scende in picchiata, perdiamo parecchi metri in altitudine e ritroviamo l'ombra del bosco, un vero toccasana! Seguiamo il fianco della montagna, quando il bosco si dirada riusciamo ad ammirare la Valle del Revolto sotto di noi, mentre la parete est dei Lessini incombe alla nostra sinistra. Quando il sentiero ricomincia a salire il bosco si fa più fitto, la montagna cambia stile, ormai abbiamo lasciato i Lessini alle nostre spalle e ci avviciniamo sempre più al Carega. Di tanto in tanto dal bosco si possono ammirare le pareti nord dei Lessini, quelle del versante trentino, che scendono quasi perpendicolari verso la Valle dei Ronchi, sembrano i bordi di un'immensa torta. Improvvisamente si esce dal bosco, il sentiero si fa molto più pietroso e stretto e mentre avanziamo ammiriamo i burroni ai nostri fianchi finché, dopo una ripida discesa, raggiungiamo il rifugio Pertica. Il paesaggio delle ultime centinaia di metri ha rallegrato gli animi della compagnia e tutti sembrano decisi a salire, almeno fino al rifugio Scalorbi, ma viene scartata l'opzione del rifugio Fraccaroli, trecento metri più in su di quest'ultimo: peccato, la vista a 360° dalla cima del Carega, nei giorni limpidi, è stupenda. Più che altro, penso che la scelta sia stata dettata più dallo stomaco, la possibilità di una sosta a Malga Campobrun per assaggiare il loro formaggio pare aver avuto la meglio sulla promessa di una bella vista! Dal rifugio Pertica seguiamo la larga strada militare costruita durante la prima guerra mondiale dai soldati italiani per difendere il fronte dall'esercito austriaco: salendo per la strada si notano dei buchi nella montagna, che non sono altro che degli anfratti creati dai soldati per ripararsi, e passiamo pure una galleria, sullo stile delle 52 gallerie del vicino Monte Pasubio. Le pendenze non sono impegnative e noi procediamo allegri e spediti, ma il cielo sopra di noi si rannuvola in maniera quasi minacciosa, soprattutto sul versante vicentino della montagna. Siamo al confine di tre provincie, Verona, Trento e Vicenza, il territorio del rifugio Pertica e il Carega sono già in Trentino, ma a noi veronesi piace considerare queste montagne come "nostre"… Arriviamo con un buon passo al rifugio Scalorbi, a quota 1767 mt, e ci dirigiamo subito verso il versante est della montagna ad ammirare il panorama: purtroppo, le nuvole sono arrivate più in fretta di noi e tutto ciò che vediamo è un grande muro bianco! Nelle giornate limpide si possono scorgere le valli vicentine, l'Altopiano di Asiago e i monti trentini, mentre le nuvole di oggi rendono l'atmosfera un po' spettrale, un'atmosfera che comunque viene apprezzata dal gruppo.


Il passo Pertica


Tunnel sul Carega


La vecchia strada militare


Verso le nuvole!


Andrea e la spianata di Campobrun


Classica foto di gruppo vicino al rifugio Scalorbi

Poco più sotto del Rifugio Scalorbi notiamo la Malga Campobrun, i nostri stomachi ci ricordano che per il formaggio bisogna scendere laggiù e le nostre gambe non possono che obbedire alla loro volontà. La malga è posizionata un avvallamento, un piccolo territorio pianeggiante coperto di prati dove normalmente pascolano le mucche e trotterellano allegramente le marmotte: anche noi ne avvistiamo un bel po', che al nostro passaggio si bloccano di colpo, si mettono nella posizione della "sentinella" e, dopo un paio di fischi, si nascondono nelle loro tane. Un amico di Andrea ci accoglie nella malga e ci mostra le prelibatezze da loro prodotte, come le ricotte che stanno affumicando su un leggero fuoco, ci insegna come viene cagliato il latte e soprattutto ci fa assaggiare i formaggi. Noi usciamo dalla malga con un ricco malloppo, tre ricotte fresche che decidiamo di consumare in seduta stante sul tavolo al di fuori dell'edificio: la ricotta, spalmata sul pane con la marmellata di mirtilli, è un toccasana che ci porta in un'altra dimensione spazio-temporale-gustativa. Pura gioia papillare. Dopo aver mangiato a sazietà, riprendiamo la camminata, ci aspetta una lunga discesa fino a Giazza. Scegliamo il sentiero che costeggia a fondo valle il monte Plische, che segue più o meno la strada militare, ma un centinaio di metri più in basso. Ci divertiamo a giocare con l'eco, che risponde ai nostri gridi in sei lingue diverse, ma bisogna stare attenti, qui il sentiero è ripido, pietroso, stretto e a strapiombo. Durante la discesa incontriamo un'arzilla vecchietta vicentina che ci travolge con un torrente di parole, tutte in vicentino stretto: gli unici che la capiscono siamo io ed Andrea, Maurizio probabilmente ne capisce anche meno degli altri ed è pure quello più preso di mira dal monologo ininterrotto della signora. Un inevitabile "mi ala vostra età saltava i fossi par el longo" decreta la sua vittoria del premio "Stambecco d'Oro" del viaggio come migliore scalatrice, almeno ad honorem. Lasciata la signora alle spalle, la discesa ripida termina ed una vegetazione rigogliosa ci circonda in un piccolo tratto pianeggiante, lo stretto sentiero cerca di aprirsi la strada tra alti fiori bianchi e l'erba che arriva fino al bacino. Dopo questo exploit di Madre Natura entriamo in un bosco e raggiungiamo prima la casetta degli Orti Botanici e poi la zona del Lago Secco, che oggi ospita parecchia gente in villeggiatura. Qui ci ricongiungiamo con la tortuosa strada asfaltata che attraversa la foresta demaniale di Giazza, noi continuiamo la nostra discesa tagliando i numerosi tornanti ed infine arriviamo a Giazza, il primo centro abitato degno di nota da quando avevamo lasciato Erbezzo. Purtroppo, il tendine di Jonathan continua a dare dei problemi, soprattutto in discesa, la situazione comincia ad essere preoccupante, ma lui continua stoico a camminare.


Preziosissima lezione sulla produzione del formaggio!


Slurp! Ricottine affumicate!


Pane, ricotta e marmellata, non c'è di meglio...


Il Mauri ed il martello, amici indivisibili


La vecchia costruzione di malga Campobrun


La discesa verso Giazza



Giazza, storico comune cimbro

All'entrata di Giazza veniamo accolti dal cartello bilingue del paesino, che in antica lingua cimbra viene chiamato Ljetzan, ma ciò che attira più la nostra attenzione è il carretto dei gelati: la carne è debole, e noi cediamo nuovamente alla tentazione di un gelato. Io, per scommessa, mi tuffo nelle gelide acque del ruscello che attraversa Giazza: il gelato è guadagnato! Giazza ha l'aria un po' triste, spesso ombrosa e circondata da montagne, ma è affascinante per la sua caratteristica architettura e per il fatto che lì si parla ancora il cimbro, anche se solo da un ristretto numero di anziani. Tra l'altro, dicono che a Giazza si possa mangiare una delle pizze più buone d'Italia… bisognerà provare! Ci concediamo solo un piccolo riposo, la tappa prevede ancora parecchi km, soprattutto in salita, bisogna riprendere le forze. Lasciamo Giazza e ci spostiamo sui prati scoscesi che seguono il fianco orientale dei Lessini. L'erba, appena tagliata, si infila tra le scarpe e le calze, risultando parecchio fastidiosa, e fa perdere le tracce del sentiero. Dopo qualche tentativo lo ritroviamo e con esso ritroviamo anche i boschi e, come in molti boschi affrontati fino ad adesso, il nostro cammino riprende a salire con pendenze da grimpeur. Il bosco è oscuro e un leggero senso di inquietudine ci accompagna dal momento che troviamo un'antica lapide sul bordo del sentiero, seguita qualche centinaio di metri più in là da un paio di croci. Non staremo percorrendo un antico percorso di pellegrinaggio? Finalmente, dopo tanto scarpinare, scolliniamo e ritorniamo sui verdi ed ondulati prati dei Lessini: ormai è fatta, la tappa volge al termine e davanti a noi non si presenteranno ulteriori difficoltà. Attraversiamo delle piccole contrade di pietra dove il tempo pare si sia fermato a cent'anni fa, ritroviamo la strada asfaltata ed infine arriviamo a contrada Tecchie, meta conclusiva della giornata. Tecchie è composta da un ristretto numero di case, ma tra queste vi è l'abitazione di Matteo, un amico che in estate si trasferisce quassù per essere più vicino al suo lavoro in un'azienda casearia. Lo aspettiamo sul ciglio della strada, il gruppo dei "giocatori d'azzardo" entra in clima di competizione con le carte, mentre i più stanchi si stendono sull'erba a riposare: i pochi che passano per di lì ci guardano ogni volta con gli occhi sbarrati, sembriamo proprio dei poveri viandanti erranti? Dopo un po' arriva Matteo, che ci accoglie con grande simpatia, trovarsi sette viaggiatori puzzolenti ed affamati in casa non è cosa da niente, ma lui ci fa sentire subito a nostro agio. I racconti del nostro viaggio animano la serata e vengono accompagnati con polenta, fagioli, formaggio (quello del caseificio dove lavora Matteo), caffè ed amaro: lo stomaco è finalmente appagato, lo spirito pure, e la palpebra comincia farsi sentire pesante. Andiamo a letto come le galline, presto, ma oggi ci va di lusso, ci sono dei letti sotto le nostre schiene e dobbiamo approfittarne il più possibile!


E dal Carega si ritorna sui Lessini...


Karam ha da divertirsi per ore con tutte queste balle!


L'attesa dei viziosi

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